Quando la Rete non pesca

Quando la Rete non pesca

La rete, quel complesso fenomeno di interrelazioni umane, economiche, sociali, culturali, per cui tutto il mondo sarebbe attraversato da una rete di maglie connettive omologanti e livellanti, se il pensiero unico è quella roba lì beh non esiste.
Non sono il primo a sostenerlo, qualcuno l’ha già fatto da tempo, con argomenti assai più consistenti.
L’uomo digitale che si connette nel cyber spazio oggi, sta diventando una versione opaca della realtà che non ci piaceva; un sistema con difetti che nel complesso funziona e fa quello che deve fare, si può accettare qualche errore, ma non si possono toccare le fondamenta, perché le fondamenta sono intrise in ognuno di noi e non vogliono essere cambiate, ed è più facile adeguarsi per accelerare i tempi d’arrivo alla propria meta.


Arriviamo così al vero problema, cioè come schiacciare le voci libere della rete, denigrandone la potenza comunicativa o semplicemente emarginandole perché potrebbero destabilizzare il sistema, come per esempio sta facendo il governo cinese che ha varato una legge dove si afferma che i siti Internet «devono servire il popolo e il socialismo e guidare correttamente l’opinione pubblica nell’interesse nazionale»; in altre parole, «ai siti è proibito diffondere notizie che vanno contro la sicurezza dello stato e l’interesse pubblico».

Per come la vedo io, quel governo ha paura che la Rete possa costituire una pericolosa minaccia per la stabilità del regime, in un paese in cui tutti i diritti civili sono sistematicamente negati. Ma non è il solo governo che impone vincoli e restrizioni, basti pensare che l’America delle libertà, dopo l’11 settembre, ha conosciuto moltissime forme di censura e la Rete non è riuscita a sottrarvisi.

Le multinazionali, di paese in paese, di volta in volta, volenterosamente obbediscono e si inchinano alla legge, quelle regole che nulla hanno a che fare con il nostro mondo, che fa dell’indipendenza del cyberspace il proprio manifesto.

Le parlamentarie del movimento possiamo considerarle come il vagito del bebè, un pianto che in molti non sanno comprendere, che innervosisce e non ti fa dormire, ma se poi nessuno ascolta quel pianto tutto diventa inutile.

Un movimento nativo digitale, che non ha rappresentanza di rete si trasformerà ben presto in una forza politica alla vecchia maniera, che utilizzerà la rete soltanto per propaganda, mentre gli spettatori di questo mondo decadente, passati dalla TV a internet senza comprenderne le potenzialità, saranno nuovamente telecontrollati dal sistema.

Durante questi giorni nelle segrete stanze di un meeting a Dubai, l’organizzazione internazionale per la regolamentazione delle telecomunicazioni ha approvato le misure di analisi del traffico di rete.

I dittatori di tutto il mondo ringraziano.

Siamo in una fase di trasformazione profonda, il prima non tornerà, è terminato uno schema, un assetto. Occorre costruire un futuro sviluppato su parametri diversi. Non possiamo più riparare il vecchio, ma imparare la lezione e prepararci a costruire una società migliore. Non possiamo più tamponare strutture fatiscenti che oramai non tengono più. Possiamo solo immaginare un futuro diverso. Questo è però possibile solo continuando a portare avanti i nostri processi basati sull’innovazione.

Innovazione e trasformazione culturale/istituzionale.

Non facciamoci fregare ancora dai “moderni” campati per aria, dai rivoluzionari dell’ultima ora o dagli schiacciati dalla crisi. Dalle crisi si esce guardando avanti, aprendo l’orizzonte. In una società depressa e invecchiata come la nostra non si ha voglia di guardare avanti, è come se non fossimo interessati al prossimo giro, ma il prossimo giro potrebbe essere migliore del precedente.

In ogni rapporto umano, la cosa più importante è parlare. Ma le persone non lo fanno più: non sanno più sedersi per raccontare e ascoltare gli altri. Si va a teatro, al cinema, si guarda la televisione, si ascolta la radio, si leggono libri, ma non si conversa quasi mai. Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo tornare al tempo in cui i guerrieri si riunivano intorno a un falò e raccontare le loro storie. (Paulo Coelho)

Per me quel falò è la rete e i guerrieri come me hanno il compito di alimentarlo affinché quel fuoco continui ad ardere, ma bisogna prendere atto che siamo rimasti ben pochi a pensarla cosi.

Ringrazio le 49 persone del movimento che mi hanno scelto come portavoce, ma per fare una rivoluzione sociale e culturale siamo un po’ pochini, specialmente se questo numero viene confrontato con i numeri della grande rete e del cyber spazio in generale, che è il mio ambiente naturale.

In molti si sono chiesti come sia stato possibile questo, ed ognuno ha fatto le proprie congetture più disparate, imputando anche al video di presentazione che ho inserito lo scarso risultato. Ma guardiamo in faccia la realtà, chi mi segue sa quali sono le tematiche che porto avanti al di la di un posto politico, chi vuole realmente informarsi può sempre leggere. Quando è stato girato quel filmato ci siamo divertiti molto e a costo zero, ho detto ridendo e scherzando a braccio quello che penso realmente, quello che i media cercavano, quello che tutti si aspettavano.

Poi se le persone iscritte al movimento ritengono queste mie uscite lesive alla propria immagine politica, o i media che percepiscono oltre 100 milioni di euro dallo stato, cioè da noi, si sono divertiti perché cosi hanno avuto di che scrivere, senza approfondire più di tanto i contenuti del messaggio rivolto a tutti coloro che di questo sistema ci vivono o vogliono camparci in futuro.

Resta il fatto che io non temo le leggi intimidatorie da qualunque parte del mondo arrivino.

E il movimento e la rete che impatta con la politica? Sarà per un’altra volta.

Ma gli italiani possono camminare a testa alta …
… per forza siamo nella merda fino al collo.