Hikikomori e le cyber malattie

A distanza di più di un decennio si iniziano a prendere in considerazione anche le malattie del cyber spazio. Il dizionario Lo Zingarelli 2013 include tra i neologismi il termine giapponese Hikikomori, che per molti non ha significato, ma che per i conoscitori della rete è una triste realtà che soltanto i più smaliziati e sensibili possono riconoscere durante gli incontri nel cyber spazio.

Hikikomori

Hikikomori è un fenomeno drammaticamente diffuso in Giappone e coinvolge milioni di persone. Si fa riferimento ad una classe sociale medio-alta e per lo più di sesso maschile, ma a causa della rigida distinzione dei ruoli in Giappone, dove il ritiro sociale di una donna tende a destare minore preoccupazione e a ridurre drasticamente le possibili richieste di aiuto esterno, si pensa che l’incidenza del fenomeno Hikikomori anche fra le ragazze possa essere sottostimato.
Nella maggior parte dei casi il soggetto che pratica Hikikomori è un figlio unico o un primogenito sul quale vertono le elevate aspettative della famiglia circa una rapida ed importante carriera lavorativa.
Il termine Hikikomori fu utilizzato per la prima volta dallo psichiatra Saito Tamaki, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, il quale coniò tale parola riferendosi al comportamento di taluni adolescenti o giovani adulti (14-30 anni) che mostravano segni di letargia, isolamento sociale totale per almeno sei mesi e incomunicabilità.

Analizzando etimologicamente il termine è possibile evidenziare che esso risulta dalla sostantivazione dei verbi: hiku e komoru. Con il primo termine ci si riferisce al concetto del ritirarsi, rifugiarsi in un luogo riconosciuto come sicuro, mentre nel secondo è impressa l’idea stessa del chiudersi e di conseguenza il concetto di qualcosa difficile da vedere, un particolare stato d’animo difficile da comprendere.

Possiamo quindi assegnare al termine Hikikomori il significato che si riferisce al ritiro, alla rinuncia o meglio ancora al rifuggire dalle relazioni sociali ed umane, che vengono considerate dannose per il proprio benessere psicologico. Da qui scatta la trappola che induce alla paura dell’altro. Una sorta di fobia sociale come meccanismo di difesa, messo in atto dal singolo in situazioni ritenute pericolose, che comporta la chiusura materiale all’interno della propria stanza interrompendo i rapporti con il mondo esterno, intesa come l’allontanamento anche mentale dalla vita sociale, attraverso la precisa scelta “dell’esilio volontario”, volto alla riflessione in completa solitudine.

In ogni caso, i soggetti che praticano Hikikomori sono accomunati da uno stato d’ansia, a volte generalizzato, causato in parte dalla rabbia dovuta alla mancata comprensione da parte degli interlocutori abituali non Hikikomori, nonché dal senso di colpa per le abitudini comportamentali assunte.
Capita spesso che alcuni Hikikomori sviluppino spiccate capacità creative che sembrano alleviare la forte ansia provata, permettendo loro di sperimentare forme di comunicazione alternative, come ad esempio la comunicazione online, colmata da cyber amicizie, chattate, e-mail, post in forum, blog e così via, ed è proprio attraverso questa modalità relazionale che mantiene una sorta di vita sociale, intrattenendo relazioni con l’esterno, le quali possono concretizzarsi anche in contratti di lavoro che i giovani Hikikomori onorano operando dal buio della loro stanza chiusa.

Però non bisogna illudersi, perché gli adolescenti più predisposti a diventare Hikikomori solitamente hanno uno scarso senso del dovere, del lavoro e anche del senso di indipendenza.

Il tempo e lo spazio, durante il quale le persone comuni vanno a scuola, in ufficio e hanno rapporti sociali, viene vissuto da un Hikikomori con una forte ansia, ed anche quando compie azioni che impattano con la propria vita non prende mai decisioni e non attua cambiamenti che influiscono nelle scelte di vita a lungo termine, modifica quindi il fuso orario della vita mescolando il giorno con la notte, in questo modo tenta di alleggerire il senso di colpa e di ansia che costantemente prova.

Questa autoemarginazione che conduce alla chiusura in se stessi, può essere scatenata da eventi psicologici traumatici, o come reazione ai condizionamenti del sistema societario e delle difficili condizioni in cui i giovani vengono a trovarsi quando manifestano personalità o valori di riferimento alternativi a quelli comunemente accettati, percorrendo una strada alternativa che conduce lentamente verso l’emigrazione in altri Paesi o verso l’autosegregazione come unica via di salvezza.

Quindi possiamo anche affermare che non scelgono l’isolamento per indulgenza verso se stessi, ma perché non vedono un’altra strada, queste persone hanno bisogno di uno spazio nel quale respirare, senza gli occhi indiscreti che li giudicano costantemente e l’unico luogo che possono controllare è la loro camera.
La prolungata solitudine e la mancanza di contatti sociali vis-à-vis, che conseguono all’autoreclusione producono, nel lungo periodo, effetti che vanno ad alterare e a ledere le capacità e le competenze socio-comunicative per interagire con l’esterno.

L’impatto del fenomeno è devastante e anche se molti sono a conoscenza del dilagare della sindrome, a causa del bisogno di salvare le apparenze, si avverte una certa riluttanza nel rompere quel velo di ipocrisia che fa dell’Hikikomori un problema di cui vergognarsi profondamente. Conseguentemente, le richieste di aiuto non sono all’ordine del giorno da parte delle famiglie e i giovani che praticano il ritiro (anche parziale) evitano il contatto con gli altri, a causa del grande senso di inferiorità che provano nel non appartenere a nessun gruppo di riferimento.

Il Ministero della Sanità giapponese per molto tempo ha persino negato l’esistenza di tale fenomeno, ma lodevole si è rivelata l’iniziativa che ha visto, nel 1999 nascere in Giappone l’Associazione KHJ, acronimo di Kyohakusei shogai (sindrome ossessivo-compulsiva), Higaimooso (paranoia), Jinkaku sei shogai (disturbo della personalità), fondata da un genitore con figlio Hikikomori per rompere il tabù sul fenomeno e consentire alle famiglie che condividono tale problema di confrontarsi con un gruppo di altri genitori e psicoterapeuti circa tale patologia sociale.

Concludendo, ho scelto questo argomento come primo articolo dell’anno per mettere in guardia da eventuali rischi del fenomeno del lasciarsi andare, perché il crescente disagio sociale che stiamo vivendo in Italia, abbinato alla completa rassegnazione ad affrontare i veri problemi e l’illusionismo mediatico, fa si che in molti trovano nella rete la valvola di sfogo per sopperire all’immobilità decisionale generale, che di fatto hanno dato inizio a questa spirale che porta verso un buco nero, perché anche in rete esistono le cyber malattie e vi chiedo quindi di prendere questo testo per quel che è, ovvero un aiuto a superare un momento di “estrema difficoltà”.

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