Le norme intimidatorie

Ribellarsi o perdere altri pezzi di democrazia? Per quanto mi riguarda la scelta l’avevo fatta già negli anni 90, ma con il cambio generazionale all’interno della rete in molti non posseggono la giusta malizia per accorgersi dei pericoli che la rete sta affrontando. Come per esempio, l’inserimento all’interno dei disegni di legge di norme intimidatorie, per lo sviluppo della rete è un pericolo che non va sottovalutato.

Sono segnali preoccupanti di una politica i cui «eccessi» gli italiani hanno sopportato fin troppo a lungo, quindi quando accadono queste cose vanno bocciate con una protesta forte e chiara, perché la vittima è la libera espressione online, che rischia di finire travolta dagli effetti «intimidatori» di un progetto che ha senso unicamente all’interno di una nazione con l’intento di sterilizzare il potenziale dissenso politico della rete, come quello espresso in occasione dei referendum del giugno 2011.

Un conto è dire che chiunque debba essere responsabile di ciò che scrive o dice dentro e fuori il cyberspazio, un altro operare un’indebita e interessata, identificazione di professionisti e appassionati dell’informazione.

È preoccupante vedere uno Stato fare proposte di questo tipo, perché vuole scoraggiare la libera conversazione online, ed in Italia la libertà di espressione in rete è incredibilmente importante a causa dell’influenza dei partiti negli altri media, per non parlare dei finanziamenti ai giornalisti che ogni giorno seguono le direttive della propria area politica invece di fornire una vera informazione.

Per questo chi si occupa di libera informazione è concorde nel sostenere che si tratta di tecniche intimidatorie, di modi per limitare la libertà di espressione.

L’obbligo di rettifica potrebbe anche avere senso, perché nel cyberspazio non esiste una separazione netta tra chi inserisce informazioni e chi dovrebbe fare informazione per mestiere, anzi certi siti sono di natura giornalistica e alcuni blogger chiedono addirittura di essere equiparati a giornalisti, così da poter proteggere le loro fonti nel caso in cui entrino in possesso di informazioni riservate. Ciò che conta è l’atto compiuto, non chi lo compie.

Importa che l’atto sia informativo e non se a compierlo siano blogger o giornalisti. Ma identificare i primi e i secondi ha effetti intimidatori, ed è preoccupante. Inoltre esiste ancora l’albo dei giornalisti al quale non si è mai voluto mettere mano, questa è la dimostrazione che si vuole trasmigrare in rete il vecchio sistema di controllo delle comunicazioni, perché sono consapevoli del potere di una libera circolazione delle informazioni, ed hanno avuto la dimostrazione in occasione dei recenti referendum ché pur non essendo stati discussi in televisione hanno coinvolto e informato gran parte della popolazione, ed in fine molte persone si sono recate a votare ed è stata una vittoria della libera espressione online.

Equiparare blogger e giornalisti non è una buona soluzione e non è una strada percorribile. Allo stesso tempo, è troppo comodo sostenere che non abbiano niente in comune. La risposta sta nel mezzo. Se si dovesse perdere la capacità di conversare liberamente in Rete, si perderebbe una porzione molto importante della democrazia. Dobbiamo cercare di capire che cosa si sta cercando di ottenere, adesso che anche gli italiani sono pronti a scendere in strada vale la pena chiedersi non soltanto contro cosa, ma per che cosa lo si fa.

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